{"id":30,"date":"2026-04-14T14:13:24","date_gmt":"2026-04-14T13:13:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/wordpress\/?page_id=30"},"modified":"2026-04-15T01:09:09","modified_gmt":"2026-04-15T00:09:09","slug":"","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/il-gusto-delle-arance\/credere-presenza-della-memoria\/","title":{"rendered":"","raw":""},"content":{"rendered":"","protected":false,"raw":""},"excerpt":{"rendered":"","protected":false,"raw":""},"author":1,"featured_media":0,"parent":11,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"_en_post_content":"","_en_post_name":"","_en_post_excerpt":"","_en_post_title":"","_it_post_content":"[pagelist child_of=\"current\" sort_column=\"menu_order\"]\r\n\r\nVarley \/ Sacco\r\nCredere: presenza della memoria\r\ndi Julia Varley\r\n\r\nAlla fine dello spettacolo Il gusto delle arance, Gabriella, l\u2019attrice, rimane sola. Beve di fronte ad un posto vuoto, a cui fa segno di saluto. L\u2019ombra creata dalla luce del fuoco si \u00e8 esaurita. Torna il buio. Dopo le parole, l\u2019amore e il lavoro, rimane la solitudine. \u00c8 quello che sembra? Oppure questa solitudine \u00e8 accompagnata da tutti gli altri incontrati o da incontrare, imbevuta del vissuto e del passato, pronta e disponibile? \u00c8 una solitudine che, con tranquillit\u00e0 e pace della mente, calma e saggezza, ci d\u00e0 speranze per continuare a vivere, oppure \u00e8 il segno amaro, rinchiuso e spento della fine?\r\n\r\nCreare Il gusto delle arance e dare corpo teatrale alle parole di poetesse mistiche con Gabriella Sacco, che si definisce devota, mi ha posto domande, professionali e non. Tutta la mia esperienza \u00e8 legata alla presenza della persona in quanto corpo, materia. Ho cominciato a fare teatro per sentirmi unita e intera, per essere \u2013 attraverso l\u2019azione \u2013 un tutt\u2019uno di pensiero e movimento, di muscoli e sentimenti, sensazioni e immaginazione. Cos\u2019\u00e8, allora, per me la trascendenza? A cosa credo? Cosa continua ad esistere nel momento in cui il corpo non c\u2019\u00e8 pi\u00f9?\r\n\r\nIn un vecchio pulmino percorro le infinite pianure argentine in viaggio da Buenos Aires a Paysand\u00fa, in Uruguay. Per passare il tempo chiacchiero con gli organizzatori che mi hanno invitato. Chiedo: \u201cPerch\u00e9 fate teatro? Come avete cominciato?\u201d Sono curiosa di sapere quali sono le motivazioni che li spingono a continuare in condizioni cos\u00ec difficili. Ognuno di loro lavora di giorno per guadagnare da vivere per s\u00e9 e le loro famiglie, eppure si ritrovano regolarmente ogni sera al teatro per provare e presentare spettacoli. Vivono in una cittadina di provincia: molti chilometri li separano dai centri della cultura e dell\u2019arte, dalla possibilit\u00e0 di ricevere informazioni, dalle librerie, da altri gruppi come il loro. Marcelo mi risponde: \u201c\u00c8 una bella domanda\u2026 non so. Ho visto uno spettacolo e poi mi sono messo a fare teatro anch\u2019io. \u00c8 come innamorarsi. \u00c8 la necessit\u00e0 di un rituale. Il teatro \u00e8 magico.\u201d\r\n\r\nSono cresciuta in Italia. Appena arrivata, a tre anni, i miei genitori mi avevano mandato a un asilo francese di suore, probabilmente perch\u00e9 imparassi la lingua. Mi tolsero di l\u00ec appena si accorsero che cominciavo a mettere fiori davanti all\u2019immagine della Madonna. Non rammento cosa mi spingeva a questo tipo di dedizione, invece ricordo che mi chiedevo dove l\u2019universo, se era infinito, trovasse lo spazio, e cosa c\u2019era dall\u2019altra parte del muro se, invece, l\u2019universo finiva. A dieci anni capitava che accompagnassi le mie amiche in chiesa la domenica. Mi sentivo imbarazzata: ignoravo il momento in cui dovevo mettermi in piedi o seduta, non conoscevo i testi delle preghiere, ero infastidita dalla pomposit\u00e0 dei vestiti e del latino. Assistetti anche a due funerali. Rimane in me la rabbia profonda che mi provoc\u00f2 il discorso del prete che ci incoraggiava ad essere felici \u2013 proprio cos\u00ec, essere felici \u2013 perch\u00e9 Dio aveva chiamato a s\u00e9 un bambino morto di polmonite e una mia compagna di classe morta in un incidente automobilistico. Al liceo ero esentata dall\u2019ora di religione: mi consideravano protestante per la mia origine inglese. In realt\u00e0 mio padre mi port\u00f2 una volta sola alla chiesa anglicana a Milano, per il giorno dei papaveri e dei carols, i canti di Natale. All\u2019uscita, il parroco ci dette fiori di carta da mettere all\u2019asola dei vestiti e ci strinse la mano. Percepii l\u2019imbarazzo di mio padre che dovette confessare di non essere un frequentatore abituale delle messe.\r\n\r\nDa adolescente, impegnata politicamente, mi sembrava impossibile comunicare con qualcuno che credeva in Dio. Ancora oggi mi sorprendo nel vedere persone che si fanno il segno della croce entrando in chiesa, partendo in aereo, attraversando un ponte, ascoltando una notizia drammatica, facendo un gol, o che si inginocchiano su un tappetino in mezzo alla strada in una direzione precisa. Sono, per me, segni distanti. Mi sento straniera in chiesa, in una moschea, in un tempio. \u00c8 lo stesso anche quando assisto a cerimonie del Candombl\u00e9, la religione afro brasiliana, pur interessandomi alle rappresentazioni dei loro Orix\u00e1 come forze della natura che si manifestano in danze ed energie, in pietre che crescono, in simboli che mi colpiscono. Capisco la necessit\u00e0 di rituali che ci uniscono attorno ai passaggi fondamentali della vita, sono consapevole della necessit\u00e0 sociale di avere un centro e un luogo d\u2019incontro, conosco il bisogno di disciplina e di norme, intendo l\u2019esigenza di sperare che qualcuno pi\u00f9 forte di noi possa risolvere i nostri problemi, ma non per questo credo.\r\n\r\nCredere, in teatro, \u00e8 una problematica tecnica e concreta. Lo spettatore dovrebbe percepire la realt\u00e0 e la rappresentazione come un\u2019unica esperienza che contiene una verit\u00e0 personale a cui pu\u00f2 relazionarsi. Credere o non credere all\u2019attrice \u00e8 un modo per esprimere un giudizio essenziale sulla qualit\u00e0 dell\u2019interpretazione. L\u2019attrice \u00e8 totalmente presente in quello che fa ed ha la capacit\u00e0 di trasmetterlo in modo organico per lo spettatore: crea empatia. Nonostante la sua esperienza limitata come attrice, Gabriella crea empatia in me come regista. Le credo, in scena. Uso tutto quello che so per correggere ritmi, sincronia, impulsi, tonalit\u00e0, spostamenti, per evocare immagini nelle sue azioni e montarle per creare letture divergenti. Ma, in fondo, conta solo se accetto il suo modo di essere presente in scena, se diventa \u201cbella\u201d ai miei occhi, se diventa l\u2019alter-ego attraverso cui scopro la mia stessa intimit\u00e0 ascoltando quello che lei mi dice della sua.\r\n\r\n\u00c8 una realt\u00e0 concreta, che tocco con mano attraverso gli occhi, l\u2019udito, l\u2019odorato, il senso cinestetico, e \u2013 quando mi offre il succo d\u2019arancio \u2013 il gusto. Il gusto delle arance rivela anche per me la concretezza del pensiero mistico delle poetesse che Gabriella ha scelto.\r\n\r\nLa spremitura \u00e8 apparsa nel processo perch\u00e9 cercavo un\u2019attivit\u00e0 pratica per Gabriella, che voleva accompagnare la recitazione delle poesie con azioni fisiche. Ho pensato al rituale del t\u00e8 giapponese ed ho ricordato uno spettacolo che vidi al Festival Magdalena \u201994 in cui dei limoni apparivano da un mucchio di terra marrone creando un grande effetto di contrasto di colori e consistenza. Il rituale del the, come quello delle arance, era un contenitore senza significati intrinseci che forniva la ripetizione precisa, uguale e semplice di azioni necessarie. L\u2019idea del rituale delle arance era casuale, se riferita al senso, eppure decisa, se riferita alla concretezza teatrale.\r\n\r\nIl gusto delle arance mi presentava la sfida professionale di passare dalle poesie composte di parole in cui c\u2019\u00e8 un io che crede, ma senza dramma, a una poesia drammatica di azioni che potesse interessare lo spettatore con la stessa sostanza di una storia. Dovevo interpretare la tensione mistica verso l\u2019altro che non ha corpo con le tensioni reali del corpo dell\u2019attrice. L\u2019impeto ideale di chi si sposa in sogno, di chi si rivolge al Signore invisibile come all\u2019amante vicino, doveva esistere in scena tramite reazioni fisiche udibili e visibili, sature di tensioni lievi e opposizioni che provocano visioni allo spettatore, e non a chi \u00e8 in scena. Dovevo conquistare lo spettatore con un corpo dell\u2019altro che non c\u2019\u00e8, con una storia che non c\u2019\u00e8, con parole di poesie che si riferiscono a un amore ideale, in cui la carne non \u00e8 vera carne.\r\n\r\nIn cosa credo? Nella storia e nelle storie. Credo nell\u2019intuizione e in alcune persone.\r\n\r\nAnni fa, un\u2019amica mi fece un massaggio guaritore. Il mio collo rotolava fra le sue mani, mentre rispondevo alle sue domande. Ad un certo punto ricordai un incidente: una tavola non fissata del palco mi aveva colpito al petto. Era successo in un periodo piuttosto infelice della mia vita. Avevo completamente dimenticato l\u2019episodio, ma le cellule del mio corpo si erano passate l\u2019informazione del trauma. Le mie cellule ricordavano pi\u00f9 di me. Rimasi ancora pi\u00f9 convinta che dovevo avere fiducia nell\u2019intelligenza del mio corpo che pensa da solo.\r\n\r\nVestita di bianco con un capello colorato in testa, Teresa si addentra nel labirinto. La seguiamo. Ci accompagna il suono dei flauti e dei tamburi della musica andina. I compagni del gruppo Yuyachkani di Teresa suonano dall\u2019esterno, i loro visi coperti da enormi copricapo di piume. Ognuno di noi ha in mano dei rami di fiori che depositiamo man mano lungo il percorso. Percorriamo un labirinto di pietre al cui centro si trova \u201cL\u2019occhio che piange\u201d, una scultura a forma di occhio da cui fuoriesce un rivolo ininterrotto di acqua. Il labirinto si trova in un parco al centro di Lima, in Per\u00f9. \u00c8 una delle tante iniziative in onore alla memoria.\r\n\r\nEntrando il mio sguardo si fissa verso il basso: accanto al tracciato dove cammino ci sono centinaia di migliaia di pietre appoggiate ordinatamente una accanto all\u2019altra, leggermente sovrapposte. Vi \u00e8 una pietra per ogni morto vittima della guerra fra l\u2019esercito peruviano e Sendero Luminoso, durata pi\u00f9 di vent\u2019anni e finita nel 2000. Alcune pietre hanno inciso il nome di una persona, l\u2019et\u00e0 e l\u2019anno in cui sono morti, altre pietre sono lisce, in attesa di ricevere un nome. Con lo sguardo abbassato continuo a camminare attanagliata dall\u2019angoscia e da un senso di impotenza. Penso al giorno in cui, qualche mese prima, ho camminato per i campi vicino a Phnom Pen dove, assieme alle ossa umane, la terra faceva riapparire i vestiti delle migliaia e migliaia di cambogiani eliminati dai Khmer Rouge. Che fare? Che dire? Sembra che non ci sia risposta alle terribili perversioni della storia umana che sa solo ripetersi. Come combattere questo male comune che affratella paesi cos\u00ec distanti fra loro?\r\n\r\nDavanti a me Teresa avanza, mi seguono molte altre donne che Yuyachkani ha riunito a Lima per un incontro di teatro. La musica andina ci ispira una scansione comune. Il percorso \u00e8 lungo e tortuoso. Lo percorriamo piano, in silenzio, con un ritmo dettato da pensieri pesanti. Dopo circa quaranta minuti arrivo alla scultura nel centro, all\u2019occhio che piange. Lo scruto a lungo, cercando di capire. Poi dobbiamo ripercorrere all\u2019inverso tutto lo stesso percorso per uscire. Le pietre lungo il tracciato sono ora nella direzione opposta e non si possono pi\u00f9 leggere le iscrizioni. Il mio sguardo si alza automaticamente, e con lo sguardo anche la testa si solleva, e seguendo la testa il mio corpo si pone eretto e riprende energia. Il ritmo dei miei passi aumenta. La distanza da percorrere e il semplice obbligo di mettere un piede davanti all\u2019altro, di dover proseguire per raggiungere l\u2019uscita, cambiano l'atteggiamento del mio corpo. Ricomincio a vedere in alto, davanti, fuori, a pensare al futuro. Ecco cosa possiamo e dobbiamo fare: persistere a camminare. \u00c8 il camminare che decide.\r\n\r\nNon credo nella necessit\u00e0 del teatro, ma nella possibilit\u00e0 che offre. La magia del teatro si rivela nell\u2019obbligo della relazione sociale, nell\u2019opportunit\u00e0 di sovvertire le norme senza andare contro le leggi, nell\u2019unione di immaginazione e realt\u00e0, e nell\u2019esigenza di ostinarsi a camminare. Il teatro oggi, con lo spettacolo Il gusto delle arance, mi offre un terreno d\u2019incontro con poetesse mistiche. Erano delle ribelli, rifiutavano l\u2019ortodossia, inseguivano un cammino individuale e rischioso, quando, con disciplina e lasciandosi andare nella preghiera, realizzavano una relazione particolare con il divino in terra. Io individuo la mia ribellione nel realizzare una relazione particolare con l\u2019altro che chiamo spettatore.\r\n\r\nSiamo seduti in un cerchio. Una trentina di giovani attori e attrici ascoltano le mie risposte alle loro domande. Mi chiedono di tecnica, di politica, di senso per immaginare quale cammino li attenda. Abbiamo lavorato con la voce per cercare assieme alcune risposte. Mi hanno chiesto perch\u00e9 io continuo a fare teatro dopo tanti anni nello stesso gruppo, l\u2019Odin Teatret. Dentro di me, in un angolino nascosto, ripenso a come, pochi giorni prima, leggendo un\u2019introduzione ad un\u2019edizione brasiliana di saggi di Bertolt Brecht, ho intuito che per salvaguardare la memoria del gruppo e del suo regista Eugenio Barba, ho bisogno di una presenza che garantisca autorit\u00e0 a quello che faccio. Se Eugenio non fosse pi\u00f9 all\u2019Odin, per un motivo o per un altro, dove potrei rimanere accanto alla sua visione e accogliere la sua eredit\u00e0 senza la sua presenza? Ma non lo dico. Invece spiego che all\u2019inizio, volendo risolvere la mia divisione fra lo studio di storia e filosofia e la pratica dello sport, il mio ideale era creare un\u2019unit\u00e0 del mio essere. Per questo avevo scelto il teatro. Ma parlando e osservando i visi dei giovani attorno a me, vedendo le loro reazioni, ad un tratto capisco che invece il mio ideale \u00e8 essere divisa. Vorrei che il mio essere possa dividersi per esistere in questi altri che ora mi guardano e mi ascoltano.\r\n\r\nUn gruppo di persone \u00e8 riunito sulle rocce davanti al mare. Siamo nel nord del Cile. Portano delle ceneri ed hanno molti fiori in mano. Ad un tratto un\u2019onda impetuosa bagna il gruppo e porta via le ceneri. Commentano ridendo: \u201cMaria ha voluto salutarci da grande attrice, ci ha lasciato con un ultimo atto plateale\u201d. Ora Maria \u00e8 dispersa nel mare. Maria C\u00e1nepa: a pi\u00f9 di ottant\u2019anni ha risposato per la seconda volta il suo uomo, Juan, di 30 anni pi\u00f9 giovane di lei; ha insegnato dizione alle mogli dei pobladores arrestati durante la dittatura di Pinochet in modo che potessero parlare a voce alta alle riunioni; dopo essere stata dal parrucchiere per prepararsi, ha letto poesie al Festival Transit con il tema \u201cTeatro-Donne-Generazioni\u201d. La sua voce mi ha sempre commosso. Una giovane all\u2019uscita della lettura di poesie mi ha detto: \u201cHo capito perch\u00e9 mia nonna usava sempre la tovaglia migliore la domenica. D\u2019ora in poi cercher\u00f2 di fare teatro sempre con quella qualit\u00e0.\u201d\r\n\r\nDall\u2019altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, una donna passeggia in riva al mare. \u00c8 una spiaggia conosciuta. L\u00ec ha camminato tante volte. Sulla sabbia si trova il capannone dove lavorava assieme al marito con un gruppo di giovani teatranti. Su questa stessa spiaggia preparava gli incontri e i festival di Magdalena Aotearoa, la rete di donne di teatro di cui \u00e8 fondatrice e direttrice artistica. All\u2019improvviso, quattro anni fa, il marito \u00e8 morto. Ieri avrebbero festeggiato il suo compleanno. La figlia \u00e8 adulta, ha lasciato casa, ha un lavoro e un compagno accanto a lei. Mentre cammina, la donna riflette su come togliersi la vita, l\u00ec vicino al mare. Sally Rodwell: portava sempre una bombetta e calze a strisce; aveva uno spiccato senso dell\u2019umorismo, lottava come un leone per i propri diritti e quelli altrui; organizzava festival, redigeva riviste; era forte. Ma senza il suo compagno non ha potuto continuare a camminare.\r\n\r\nHo raggiunto l\u2019et\u00e0 in cui muoiono le persone vicine. Nei momenti di disperazione mi dicono: \u201cNon \u00e8 possibile che non ci sia un aldil\u00e0, che non ci sia un\u2019anima che si stacchi dal corpo, che una persona muoia e niente rimanga.\u201d Credo ad un\u2019anima chiamata memoria. Perch\u00e9 Maria e Sally rimangano vive voglio assumermi il compito di far sentire come loro siano vive in me. \u00c8 uno dei motivi per cui faccio teatro.\r\n\r\nCredo nell\u2019energia, nella cenere che fertilizza la terra, nella conoscenza che trapassa le generazioni, nella storia che carica tutta l\u2019esperienza umana, nelle storie che fanno vivere le persone nei ricordi che abbiamo di loro e del loro operato, nei sentimenti che ci legano al di l\u00e0 della presenza, nelle cellule del mio corpo che pensano e sentono, nelle donne che creano la loro storia di teatro, nella trascendenza del mio mestiere che a volte riesce ad avere un senso che perdura dopo che lo spettacolo \u00e8 finito. Non credo nell\u2019aldil\u00e0, ma nell\u2019al di qua: essere unita e divisa al tempo stesso. Il mio al di qua sono gli altri: quelli venuti prima di me, quelli attorno a me, e quelli che seguiranno.\r\n\r\nIl gusto delle arance continuer\u00e0 a ripetere il suo rituale vuoto per dire qualcosa che ignoriamo perfino noi che l\u2019abbiamo fatto crescere. Sar\u00e0 ogni spettatore a dircelo in silenzio. Gusto significa essenza: si prepara con cura, si assapora a lungo e non se ne parla. \u00c8 la presenza della memoria.\r\n\r\nI quattro principi della Cerimonia del the\r\n1) Armonia tra le persone e con la natura, armonia degli utensili e la maniera in cui vengono usati;\r\n2) Rispetto verso tutte le cose e sincera gratitudine per la loro esistenza;\r\n3) Purezza interiore e pulizia delle cose che ci circondano;\r\n4) Tranquillit\u00e0 e pace della mente, conseguente alla realizzazione dei primi tre principi.\r\n\r\nSen no Rikyu, Maestro del t\u00e8, XVI secolo\r\n\r\n&nbsp;\r\n\r\nViaggi in auto con Julia\r\ndi Gabriella Sacco\r\n\r\n[La storia sotterranea del teatro] scopre altre forze e altre dimensioni: l\u2019impulso alla rivolta, l\u2019incapacit\u00e0 di addomesticarsi allo spirito del tempo, la sete di trascendere la propria societ\u00e0 e la propria persona. E la forza dell\u2019innamoramento e dell\u2019amore.\r\nCome chiamare altrimenti che \u201camore\u201d la passione che ha legato certi artisti di teatro ad altri, trasformando in vie praticabili quelle che al momento parevano, alle persone spassionate, idee ossessive di maniaci solitari?\r\nLa passione amorosa, nel nostro tempo, \u00e8 vista sempre ad una sola dimensione, erotica. Per questo risulta pressoch\u00e9 impossibile comprendere in tutta la sua densit\u00e0 il termine \u2018Maestro\u2019. E risulta difficile andare al di l\u00e0 dell\u2019ovvio, di concetti come influenza, metodi, fedelt\u00e0 o infedelt\u00e0. Come se il Maestro non fosse colui che si rivela per sparire. Come se la sua azione consistesse tutta nell\u2019insegnare e nel sedurre. E non fosse invece faticosa premessa alla scoperta della propria solitudine, creativa e senza lutto.\r\nEugenio Barba, La Terra di cenere e diamanti\r\nYou\u2019re not alone, mi aveva detto Todd abbracciandomi da dietro mentre in lacrime risalivo la porta dell\u2019ostello. Era uno di quegli incontri finiti male che mi avrebbero portato bene, una di quelle esperienze intense che cambia il corso degli eventi. Non avevo veramente capito il senso della sua affermazione. Lo capisco solo oggi, o meglio comprendo quale senso ha impresso al mio cammino.\r\n\r\nQuando cerco le parole per descrivere la radice di questo spettacolo, mi viene in mente questa immagine e questa frase: You\u2019re not alone; come un seme che germogliando ramifica nella memoria e nella presenza. Cos\u00ec proseguo il viaggio alla scoperta di punti di contatto con l\u2019essere umano che mi fanno scoprire di essere viva. Una sensazione di forte vicinanza che ho provato sin dalla prima volta che ho incontrato Julia Varley. Una figura di bellezza e allegra saggezza. Cordiale ma non troppo, capace di lavorare con persone di ogni tipo. Morte e fanciulla, maestra e amica, dura e dolce, sfuggente e presente.\r\n\r\nNon conosco altro modo di procedere, purtroppo o per fortuna, che attraverso l\u2019amore. E quante volte mi sono innamorata: di persone di ogni tipo e facendo per loro scelte totali, folli, svolte ribaltanti. Altra rivoluzione \u00e8 stata innamorarmi di Julia e scoprire una chiave d\u2019amore che non vive di dimensione erotica e non ha corpo e mente di uomo ma di donna. Che poi nel profondo non importa, come dice Mr. Peanut: \u201cL\u2019anima dentro non \u00e8 n\u00e9 uomo n\u00e9 donna\u201d.\r\n\r\nSette anni fa, con 10 kg di meno, una gonna fru fru e scarpe con tacco dorato, sotto il cielo di Napoli, avevo detto a Metella con cui al tempo facevo teatro: \u201cHo scoperto che del teatro non m\u2019importa nulla\u201d. Una grande fandonia, certo, che mi ha permesso di iniziare un altro viaggio. Dopo pochi mesi ho incontrato la persona che avrei poi riconosciuto come mio Maestro spirituale: mi si \u00e8 rivoltata la pelle. Mi sono profondamente innamorata. Ho cambiato vita. So che lui mi ha rapito il cuore, parlandomi come rispondendo a domande non espresse, coinvolgendomi in un agire senza riserve. In questi anni per\u00f2 il teatro non mi ha mai abbandonato veramente; sentivo la necessit\u00e0 di un mezzo per condividere con gli altri la rivoluzione interiore che attraversavo. Un teatro reinventato, a volte rimpicciolito, in stanze, terrazze, giardini, palchi, cortili.\r\n\r\nQuando ho visto recitare Julia ne Il castello di Holstebro mi sono sentita re-investire da quella corrente di innamoramento per il teatro che porta alla dedizione. Cos\u00ec le ho chiesto di aiutarmi a dare forma a questo desiderio di condivisione, attraverso le poesie che nutrivano e accompagnavano il mio risveglio.\r\n\r\nLa prima volta che ho letto le poesie di Mirabai in pubblico mi \u00e8 sembrato di volare. Il testo era in inglese e lo traducevo simultaneamente in italiano; perci\u00f2 la mente era alquanto presa e lasciava il cuore viaggiare. Sono diventate vere le api e le nubi scure, la pioggia torrenziale, il flauto, l\u2019abbandono, il sentirmi amata e commossa, lacerata nel cuore e pienamente soddisfatta. Da l\u00ec ho desiderato di poter passare questa sensazione di pienezza vitale ad altri. Avevo lavorato alla messinscena di altre opere poetiche, ma con Mirabai era diverso, la storia era la stessa in ogni poesia: un amato che non arriva, una separazione struggente, un dolore che colma e si ricongiunge alla gioia. Mirabai centellina ogni sensazione, ogni descrizione, con parole semplici, con immagini ordinarie che rivelano il regno dell\u2019extraordinario. Non sapevo da dove cominciare.\r\n\r\nDopo un festival a Holstebro, in Danimarca, con maschere e balli caraibici, ho mostrato a Julia un\u2019improvvisazione su due poesie. Mi ha osservato, mi ha fatto ripetere, e poi ha cominciato a esplorare idee e possibilit\u00e0: oggetti semplici da usare in scena, testi di poetesse di altre tradizioni spirituali. Un festival per la festa della donna era l\u2019occasione per un primo montaggio.\r\n\r\nJulia era sempre impegnata in prove e tourn\u00e9e, difficile incontrarla di nuovo. Veniva in Italia per una dimostrazione e uno spettacolo a Modena, cos\u00ec ho pensato di andarla a trovare in quell\u2019occasione. Ma intanto, doveva anche andare ogni giorno a Ravenna per l\u2019organizzazione dello spettacolo Ur-Hamlet. E cos\u00ec io e Julia ci siamo incontrate in auto. Due giorni di Modena-Ravenna-Modena.\r\n\r\nDa dove sono venute fuori le arance? In un punto dell\u2019autostrada con lavori in corso segnalati da abbaglianti luci a intermittenza, Julia mi parla di limoni che escono da un cumulo di terra e creano una grande sorpresa nello spettatore. Mi tornano in bocca le spremute di canna da zucchero sulle strade di Puri, o i mapo, agrumi verdognoli ad ogni angolo di Vrindavana. Ecco le arance. Julia parla di una cerimonia con le arance simile, per esempio, al rituale del the. E aggiunge, le trovi dappertutto e in ogni momento dell\u2019anno.\r\n\r\nPoi, nella hall dell\u2019albergo di Modena sono nate altre immagini: un narratore che racconta la storia con le mani e dopo ogni giravolta, come nel teatro danza indiano, rivela un nuovo personaggio; e ancora un\u2019ombra da costruire e con cui dialogare in un gioco di apparizione e scomparsa.\r\n\r\nJulia \u00e8 ripartita e io ho cercato di fare il mio meglio: sono rimasta con le azioni da esplorare nello spazio e nelle quali far rivivere le parole, le nostre idee trasformate in oggetti con cui creare relazioni.\r\n\r\nAll\u2019inizio le poesie mi parlavano, potevo leggerle da sola o per altri, sotto i cieli lunghi della Danimarca, in una sala illuminata a tempio o accovacciata sul letto, ma parlavano sempre a quella me interiore che dalle loro parole si sentiva ravvivata. Le partiture erano una festa \u2013 sequenze di azioni nate seguendo la voce registrata del mio Maestro spirituale che leggeva poesie di Vidyapati oppure la mia memoria di musiche di flauti e pavoni nelle notti\/mattine dell\u2019India. Le ripetevo e ogni volta si arricchivano, portavano pi\u00f9 vita, pi\u00f9 ispirazione, pi\u00f9 espansione. Mettendo insieme parole e azioni, ho trovato connessioni precise che mi sono sembrate esaltanti. Man mano, con la ripetizione, le connessioni sono diventate per\u00f2 schemi e la vita \u00e8 rimasta schiacciata. Come si dice, \u2018avevo perso la poesia\u2019.\r\n\r\nCon la sua speciale attenzione, professionale e umana, Julia se n\u2019\u00e8 accorta. Dopo una pausa di silenzio alla fine della prova ha detto: \u201cCos\u00ec intimo non funziona, devi ritrovare il gusto, sapere a chi parli\u201d. Nonostante le sue parole, mi sembrava chiaro che avesse capito che era nell\u2019intimo che qualcosa non funzionava; che le parole e le azioni che prima servivano da mezzo per una connessione al cuore che vi riversava la vita, ora erano un fine. Mi ero incastrata, intricata negli oggetti di scena che ogni giorno di pi\u00f9 mi sembravano innumerevoli, e grandi, pesanti, complicati; oppure troppo piccoli, tecnici, fastidiosi. Gli unici pensieri nella mia mente mentre ripetevo la sequenza erano: \u2018ora devo posare il coltello\u2019, \u2018dove lascio il telo?\u2019, \u2018mi sono dimenticata di tagliare le arance\u2019, e cos\u00ec via, una catena infinita di osservazioni quasi paranoiche su ci\u00f2 che avveniva in scena. Ma io cos\u00ec preoccupata per questi dettagli, perdo il gusto!, mi dicevo come una bimba capricciosa e indispettita.\r\n\r\nFunzionava? Non so. Julia una volta mi ha detto: \u201cAlmeno finch\u00e9 eri preoccupata per tutti questi dettagli eri viva, attenta, partecipe, ora non ci sei pi\u00f9\u201d. Era arrivata un\u2019altra fase: quella in cui ormai avevo cominciato a intravedere una via per gestire e sostenere il peso e la precisione della partitura fisica e vocale, ma proprio per questo sembrava che facessi tutto senza \u2018esserci\u2019.\r\n\r\nVivevo l\u2019ossessione espressa nella domanda che avevo posto a Julia la prima volta che avevo lavorato con lei: \u201cMa a cosa pongo attenzione, a quello che sento dentro o a come risulta fuori?\u201d; Julia mi aveva risposto parlandomi di equilibrio, con parole che a me erano suonate come quelle della Bhagavad-gita: \u201cCompi l\u2019azione rinunciando ad ogni attaccamento; sii eguale nel successo e nell\u2019insuccesso: il perfetto equilibrio interiore si chiama yoga.\u201d\r\n\r\nGli oggetti hanno richiesto un\u2019incredibile attenzione; ore, giorni, settimane spesi a scegliere stoffe e addobbi, a cucire, dipingere. In seguito, ancora pi\u00f9 difficile \u00e8 stato trovare una relazione con questi oggetti e attraverso di essi la vita in scena; ma anche, trovare in essi dei partner di scena necessari. \u2018Magicamente\u2019, in questo processo traslato, pi\u00f9 cresce la mia cura e attenzione verso gli oggetti, pi\u00f9 cresce la mia relazione con le azioni e il senso del testo.\r\n\r\nUna volta iniziato a lavorare sulle poesie, Julia mi aveva subito suggerito di aprire le prove ad altri in modo da relazionarmi con qualcuno sin dall\u2019inizio del processo. Cos\u00ec ho cercato di fare, coinvolgendo amici, conoscenti, familiari e sconosciuti. Mi sono stupita quando le persone entusiaste mi riportavano dello spettacolo quella storia celata che avevo paura non si cogliesse. Ho cominciato a vedere che dando agli altri io acquisivo senso, non nel coinvolgimento emotivo ma nella reale condivisione.\r\n\r\nSotto la pioggia di Puri, come piovesse cielo, come piovesse luce, mi sono spuntate in mente alcune parole di Mirabai: \u201cChe posso fare? \/ Non ho risorse n\u00e9 ali per volare \/ il mondo \u00e8 illusione imbroglio \/ oppure solo sogno \/ l\u2019amato \u00e8 un serpente che mi ha morso la mano\u201d; di nuovo recuperavo la poesia che mi commuove, e ho cercato di custodire quel momento interiore per non disperderlo nello spazio scenico.\r\n\r\nGrazie a Julia, non ho solo costruito un montaggio di parole, azioni e oggetti, ma una via per cercare relazioni. Con il tempo, altri incontri e i suoi suggerimenti, lentamente le relazioni sorgono e decadono, e le poesie acquistano vita. Soprattutto, scopro che l\u2019attore comunica di pi\u00f9 quando \u00e8 concentrato su pi\u00f9 livelli, quando la sua attenzione non \u00e8 verso la propria emotivit\u00e0 ma verso gli altri, quando la sua motivazione non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019esperienza personale ma il dono. Cos\u00ec la mia problematica di attrice si collega ad un percorso personale, in cui sto ancora cercando la strada per unire profondit\u00e0 e condivisione.","_it_post_name":"credere-presenza-della-memoria","_it_post_excerpt":"","_it_post_title":"Credere: presenza della memoria","_nl_post_content":"","_nl_post_name":"","_nl_post_excerpt":"","_nl_post_title":"","edit_language":"en","_vp_format_video_url":"","_vp_image_focal_point":[],"footnotes":""},"tags":[3],"class_list":["post-30","page","type-page","status-publish","hentry","tag-il-gusto-delle-arance"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/30","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=30"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/30\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":179,"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/30\/revisions\/179"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/pages\/11"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=30"}],"wp:term":[{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.teatrolila.nl\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=30"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}